Tag Archives: mémoires
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11 di #100happydays: definire i segreti

24 Mag

Non ho mai tenuto un diario. Sono una che parla poco, i segreti sono dentro i silenzi e le vaghe, sintetiche, anche fantasiose informazioni che fornisco in merito alla mia emotività quando insistentemente interpellata. Lo scrigno è il mio corpo, non un lucchetto adolescente e dorato.

Ho molti quaderni: alcuni già scritti per intero; altri costellati di disordine che li invade in più punti contemporaneamente; gli ultimi in attesa ma sempre pronti, come le spose vergini delle scritture antiche.

Nessuno dei quaderni già scritti contiene segreti indicibili, ma tutti percorrono la memoria, l’emanazione, la proiezione di desideri. Cos’è, dunque, un segreto?

Scrivere i segreti

Scrivere i segreti

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10 di #100happydays: la leggerezza è feconda

4 Mag
Si sentiva partecipe di un segreto, il segreto della leggerezza, dell’indulgenza e di una empietà priva di empietà.
(Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno)

 

Non so se mi abbiano mai raccontato la storia delle api e del polline per spiegarmi come nascono i bambini. Non ne serbo memoria, perciò tendo a credere di no. Ricordo, piuttosto, il giorno in cui mia madre mi spiegò, in medias res, cosa fosse quella macchia rosso scuro sulle mutandine: eravamo tutte e due sedute in bagno, tanto ormai era andata. Dev’essere stato per questo, per non farsi cogliere ancora impreparata, più che per preparare me, che poi mi regalò tre libri che spiegavano come crescono le ragazze, come funziona l’amore. Parlavano più dell’amore che del sesso, e solo più tardi avrei scoperto che, invece, è ben più facile parlare del sesso che dell’amore. Chissà dove sono finiti quei tre libri? Uno era anche a fumetti, anticipava la moda del graphic novel. Era una moderna, mia madre, a guardare ora la cosa. Mia madre è una che non ha mai fatto pace col proprio essere corpo, oltre che grandi princìpi, e da sempre fatica a guardami portare in giro il mio con la consapevolezza di averne uno, con la leggerezza feconda dei pollini e dell’infanzia.

 

Fiore di tarassaco, leggerezza

Soffiare via i pensieri e crederli fecondi

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9 di #100happydays: il sovrapporsi delle infanzie

29 Apr

A Sorrisoland sorridono tutti. Più di tutti sorride il Signor Sorriso, ma anche le margherite non scherzano. Sorrido anche io, mentre invento una storia perché ho voglia di disegnare col tratto tondo e privo di incertezze di quando ero bambina.
«Però, poi, lo colori tu».

I disegni di quando si è piccoli hanno quella fluidità che fa scivolare, oltre alla matita, tutta la tensione che accumulo tra il collo e la punta delle spalle, sciolgono il movimento e la memoria. Al punto che mi viene voglia di raccontare anche la storia del Signor Ficcanaso, che a me piace assai di più. Un signore verde e col naso molto lungo che cammina in mezzo alle colline, verdi anch’esse così da poter giocare con tutti i toni dell’umore ora che ci sarà da colorare il disegno.
«Ti aiuto io, stavolta, a colorare».

 

 

#100happydays - disegnare l'infanzia

Improvvisare storie e disegnarle, tornando piccoli.

 

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4 di #100happydays: tornare insieme a mia nonna

23 Apr

La cucina di mia nonna è verde acqua, con un tocco di giallo dato dalle sedie. Una solida cucina Salvarani in formica, materiale della modernità e dell’economicità negli anni Cinquanta. Col tempo i pensili, il tavolo e le sedie sono rimasti immutati. Il frigorifero, il forno e la cucina a gas sono stati sostituiti da elettrodomestici elettrici, tecnologici. Credo sia stato allora che mia nonna ha smesso di cuocere il pollo arrosto più unto e con le patate più buone di tutta la mia storia nel forno della cucina e ha preso a farlo nel vecchio forno a gas che aveva sistemato in garage. Le mattine della domenica, a quel punto, si sono animate di mio nonno che veniva spedito a intervalli di tempo regolari a controllare la cottura in garage.
Il mio ricordo più vivo delle attività nella cucina di mia nonna, però, precede questa fase e si incaglia sui pomeriggi in cui la guardavo rammendare, ridare una forma smagliante a tutto ciò che poteva: i calzini di mio zio, le sue calze da reggicalze color carne, le tute da lavoro di mio nonno, gli strappi ai vestiti miei o di mio fratello. Mia nonna avrebbe voluto fare l’ostetrica, ma non c’erano abbastanza soldi in famiglia perché potesse studiare. Chissà che quel suo rammendare e cucire, senza che alcuna ferita agli abiti si notasse più, non fosse un modo per ridare la vita? Questo è ciò su cui fantastico oggi io, io che cerco sempre un senso alle coincidenze, agli eventi, ai gesti.

In quei pomeriggi non avevo ancora dieci anni e il mio sguardo era rapito contemporaneamente dalle mani di mia nonna che parevano fare un gesto sempre uguale con risultati diversi; dai disegni di bambini sui cavallini delle giostre che campeggiavano sul bordo della scatola in latta, ex scatola dei biscotti, in cui nonna teneva i bottoni; dalle fogge e dai colori dei bottoni stessi, tutti sparsi e confusi nella scatola così che ero libera di infilare la mano nel mucchio fino a farla scomparire del tutto e bearmi della sensazione di freddo sul palmo della mano a contatto col fondo metallico della scatola.

Il tempo e la memoria

I bottoni dei ricordi

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