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Citazione

Rifugi, nascondimenti

27 Nov

Scrivere è un atto di superbia. L’ho sempre saputo e perciò ho nascosto a lungo che scrivevo, soprattutto alle persone a cui volevo bene. Temevo di svelarmi ed essere disapprovata. Jane Austen si era organizzata in modo da occultare subito i suoi fogli, se qualcuno entrava nella stanza in cui si era rifugiata. È una reazione che conosco, ci si vergogna della propria presunzione, perché non c’è niente che riesca a giustificarla, nemmeno il successo. Comunque io la metta, resta sempre il fatto che mi sono arrogata il diritto di imprigionare gli altri dentro ciò che a me pare di vedere, sentire, pensare, immaginare, sapere. È un compito? È una missione? È una vocazione? Chi mi ha chiamato, chi mi ha assegnato quel compito e quella missione? Un dio? Un popolo? Una classe sociale? Un partito? L’industria culturale? Gli ultimi, i diseredati, le loro cause perse? L’intero genere umano? Quel soggetto imprevisto che sono le donne? Mia madre, le mie amiche? No, oggi tutto è diventato più spoglio ed è lampante che solo io stessa ho autorizzato me stessa. Io mi sono assegnata, per motivi oscuri a me, il compito di raccontare ciò che so del mio tempo, vale a dire, ridotto all’osso, ciò che mi è capitato sotto il naso, vale a dire la vita i sogni le fantasie i linguaggi di un ristretto gruppo di persone e di fatti dentro uno spazio ridotto, dentro una lingua di poco rilievo resa ancor più di poco rilievo dall’uso che ne faccio. Si tende a dire: non esageriamo, è solo un lavoro. Può darsi che ormai sia così. Le cose cambiano e cambiano soprattutto gli involucri verbali in cui le chiudiamo. Ma resta la superbia. Resto io che passo gran parte della mia giornata a leggere e a scrivere perché mi sono assegnata il compito di raccontare. E che non riesco ad acquietarmi dicendo: è un lavoro. Quando mai ho considerato scrivere un lavoro? Non ho mai scritto per guadagnarmi da vivere. Scrivo per testimoniare che sono vissuta e che ho cercato una misura per me e per gli altri, visto che gli altri non potevano o non sapevano o non volevano farlo. Bene, questo cos’è se non superbia? E cosa significa se non: voi non sapete vedermi e vedervi, ma io mi vedo e vi vedo? No, non c’è via d’uscita. L’unica possibilità è imparare a ridimensionare il proprio io, a rovesciarlo nell’opera e tirarsene via, a considerare la scrittura come ciò che si separa da noi non appena è compiuta: uno dei tanti effetti collaterali della vita activa.

Elena Ferrante nell’intervista Elena Ferrante sono io rilasciata a Nicola Lagioia e apparsa su La Repubblica di Domenica 3 Aprile 2016, pp. 25-29


L’intervista è tra quelle raccolte ora nel volume Elena Ferrante, La frantumaglia, Edizioni E/O, Roma 2016

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sembrava indipendente dagli affetti

29 Mar

Irina osservava Alma con la stessa fascinazione di uno zoologo davanti a una salamandra immortale. La donna non assomigliava a nessuno che lei avesse conosciuto e certamente a nessuno degli anziani del secondo e del terzo livello. Era gelosa della sua indipendenza, priva di sentimentalismo e di attaccamento alle cose materiali, sembrava indipendente dagli affetti, fatta eccezione per il nipote Seth, e si sentiva così sicura di sé da non cercare sostegno né in Dio né nello zuccheroso stato di beatitudine come alcuni ospiti di Lark House, che si professavano spirituali e andavano in giro sbandierando come raggiungere uno stadio superiore. Alma aveva i piedi saldamente a terra. Irina immaginò che la sua alterigia fosse un modo per difendersi dalla curiosità altrui, e la semplicità una forma di eleganza che poche donne potevano evitare senza sembrare sciatte. Portava i capelli, bianchi e folti, tagliati a ciocche irregolari che si pettinava con le dita. Come unico tocco frivolo si dipingeva le labbra di rosso e usava una fragranza maschile di bergamotto e arancia; al suo passaggio quell’aroma fresco si sostituiva al vago odore di disinfettante, vecchiaia e occasionalmente di marijuana di Lark House. Aveva un naso importante, una bocca orgogliosa, le ossa lunghe e mani robuste da operaio; occhi castani, grandi sopracciglia scure e occhiaie violacee, che le conferivano un’aria insonne e che gli occhiali dalla montatura nera non riuscivano a nascondere. La sua aura enigmatica incuteva soggezione; nessuno del personale si rivolgeva a lei col tono paternalistico generalmente usato con gli altri residenti e nessuno poteva vantarsi di conoscerla, fino a quando Irina Bazili riuscì a penetrare nella fortezza della sua intimità.

Isabel Allende, L’amante giapponese, Feltrinelli, Milano 2015, pp. 30-31

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Un uomo alto, che non mostra la minima fretta

7 Set

Il fantasma di mio padre, se esiste, se ne sta davanti alla vetrina di un elegante negozio di abbigliamento maschile in Madison Avenue un tardo pomeriggio estivo. Un uomo alto, che studia un paio di scarpe italiane di pelle scamosciata marrone. È impeccabilmente vestito: completo tabacco, camicia azzurro scuro dai riflessi quasi viola, cravatta di seta rosa ruggine. Non mostra la minima fretta. A cinquantatré anni, i capelli che cominciano a diradare lisciati all’indietro, potrebbe essere un italiano o un sudamericano. «Bel Giorgio» lo chiamava una cameriera a Chicago. Nessuno immaginerebbe dal suo aspetto che è quasi al verde.

Charles Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi, Milano 2012, p. 26

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Lettera d’amore n. 6 – Del sapere che mi piace

28 Ago

Sei suite di Bach per violoncello solo

lo strumento più simile alla voce umana.

Vuoto e silenzio intorno,

ogni suono un miracolo,

niente immagini o inganni,

da vedere niente:

è il racconto monotono stupendo

del nostro andare —

tu lo sai verso dove.

Io non so se mi piace

tutta questa bellezza.

(Anna Maria Carpi, L’asso nella neve, Transeuropa, Massa 2011, p. 112)

20130817-145228.jpgMi piace tutta questa bellezza, io lo so invece. E l’andare che tu sappia dove, io no. L’alta soglia di rischio che mi assumo è nell’affidare a, fuori di me.

Fuoriuscire, non riversarsi.

[Mi si spezzano il fiato e la parola, il cuore occupa tutto lo spazio e lotta con gli occhi che non smettono di guardarti mai]

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Lettera d’amore n. 4 – Dell’intenzionalità

18 Ago

questa luce troppo tenera che chiama…

che mentre io trabocco

di liquido entusiasmo,

mi toglie a me

e mi consegna all’aria…

(Patrizia Cavalli, Datura, Einaudi, Torino 2013, p. 44)

Attorno al caffè si costruiscono storie

Attorno al caffè si costruiscono storie

Dalla finestra della mia camera di bambina la luce la ricordo arrivare velata di grigio da sempre. Non mi sono scoperta qui, non sono (ancora) scoperta dietro questa finestra, non sono mai scoperta. Dentro questa stanza vige la cristallizzazione dei ricordi. Irrompe l’odore del caffè, tu sarai in terrazza e io arriverò?

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Cynthia e Meg

15 Ago

Ora mi rendo conto che ci eravamo inventati dei ruoli per le nostre figlie. Le allenavamo con metodo a recitare le rispettive parti. Cynthia era sveglia e diligente, cortese, attenta. Certe volte per scherzo le dicevamo che era troppo coscienziosa, troppo tesa a mostrarsi come tutti noi in effetti avevamo bisogno che fosse. Ogni rimprovero, ogni sbaglio, anche solo un richiamo, la segnava nel profondo. Era chiara di capelli, chiara di pelle, facile ai rossori da insolazione, da vento gelido, furia o vergogna. Meg era di stoffa più robusta, più reticente, non proprio ribelle ma qualche volta ostinata, segreta. Nei suoi silenzi leggevamo la forza del suo carattere e nei suoi no i segnali di una indipendenza imperturbabile. Aveva i capelli castani tagliati con la frangetta diritta. Gli occhi erano un nocciola pallido, limpidi e luminosi.
I ruoli loro assegnati ci appagavano completamente: ne godevamo contraddizioni e conferme allo stesso modo.

Alice Munro, Miles City, Montana in Il percorso dell’amore, Einaudi, Torino 2007, p. 95

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Lettera d’amore n. 3 – Dell’amore da lontano

14 Lug

ROMANTICISMO
Qui le notti non sono affatto limpide.
Ma se c’è la luna piena, ce ne accorgiamo.
Proviamo una sensazione un momento,
e subito dopo un’altra.
(da Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, Minimum Fax, Roma 2013, p. 104)

lettera_d_amore

La distanza da colmare ancora prima che sia.

Scrivo lettere ancor prima di partire. Era negli intenti di scriverti, mentre sarò lontana, una lettera ogni due giorni. Questa Domenica si è abbattuta nella stanza in cui leggevo Carver con una luce chiara e rarefatta che indurrebbe a dimenticare la Luna, se non fosse che in una notte di poco più di un anno fa ad una Luna gigante ho appeso un noi che doveva ancora essere.

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