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Lettera d’amore n. 4 – Dell’intenzionalità

18 Ago

questa luce troppo tenera che chiama…

che mentre io trabocco

di liquido entusiasmo,

mi toglie a me

e mi consegna all’aria…

(Patrizia Cavalli, Datura, Einaudi, Torino 2013, p. 44)

Attorno al caffè si costruiscono storie

Attorno al caffè si costruiscono storie

Dalla finestra della mia camera di bambina la luce la ricordo arrivare velata di grigio da sempre. Non mi sono scoperta qui, non sono (ancora) scoperta dietro questa finestra, non sono mai scoperta. Dentro questa stanza vige la cristallizzazione dei ricordi. Irrompe l’odore del caffè, tu sarai in terrazza e io arriverò?

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Che cosa ci facciamo qui #4

12 Ago
Mani di Gianluca Vidotto

Mani di Gianluca Vidotto

Hai mani grandi, dita lunghe e polpastrelli arrotondati, unghie spaziose. Era l’inizio di un autunno che si sarebbe srotolato lento, seguendo piccoli balzi sul momento insignificanti, la prima volta che le ho viste occupare lo spazio davanti ai miei occhi. Nessun volteggio, nessun vezzo. Non sei un uomo che gesticola. Le tue mani disegnavano traiettorie sicure senza perdere alcuna leggerezza, restavano come sospese pur andando in una direzione precisa davanti a te. Le dita afferravano gli oggetti con sicurezza, senza alcuna fatica né ansia di possesso. Non stringevano, sembrava.
Il giorno in cui si sono posate per la prima volta accanto al mio braccio era più incanto che desiderio il mio, solo molti mesi più tardi avrei avuto il coraggio di confessarti che “mi ipnotizzano ogni volta e ancora e non riesco a smettere di guardarle”. Mai smettere.
L’incanto, intanto, si mescolava al desiderio che scoprivo una sera in piedi di fronte a te. Indossavo un abito di una stoffa leggera e morbida, che cadeva non troppo aderente. Ho sentito la tua mano premere impercettibilmente il centro della mia schiena, le pressione dei polpastrelli raggiungere contemporaneamente lo spazio al centro delle clavicole e, al polo opposto, l’arco dove la schiena si curva verso le natiche. Una pressione leggera e sicura, che ha impresso al mio corpo la direzione verso il tuo. Mi sono innamorata di te perché una tua mano occupa tutta intera la mia schiena, non mi lascia scampo ma non impone alcuna direzione, asseconda quella del mio desiderio e la scioglie.

Che cosa ci facciamo qui? #3

29 Lug
Pioggia di Kite

Pioggia di Kite

La terza sera che io e te siamo usciti abbiamo camminato sotto la pioggia nel centro della città. Tu tenevi un ombrello che ci lasciava mezzi scoperti perché ridevamo troppo e perché ogni tanto si ribaltava o si piegava di lato, per lo più addosso a me.
Era una sera di primavera di quelle in cui, a un certo punto, la pioggia sottile smette di cadere senza aver bagnato troppo la terra. I miei tacchi non sono affondati mentre ci avventuravamo tra gli scavi di alcune terme romane mal illuminati e io, usando termini troppo latini, tentavo di farti immaginare la topografia di quelle sale o come potevano essere stati i pettegolezzi lì dentro nei primi due secoli dell’Impero.
La Luna si è rivelata talmente piena che ne abbiamo inseguito il riflesso lungo le rive del lago, l’abbiamo poi persa di vista dietro a rami di alberi molto alti e a un cartello che annunciava un concerto imminente di Fauso Leali, un cartello enorme per una sagra di paese.
All’improvviso ti ho chiesto “Ma dove siamo ora?” senza aver realizzato che “Se giriamo qui a sinistra tra un chilometro c’è casa tua”. Mi sono innamorata di te perché con te disperdo il tempo, lo spazio e la volontaria consapevolezza di affidarmi a qualcuno. Con te succede e basta, tutto.

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La linguistica dell’eros

24 Lug

 

 

foto di The Babalaas

foto di The Babalaas

Da piccola cazzo era una parolaccia che mi insegnavano a non pronunciare, guai a lasciar spazio alla volgarità. Dev’essere per questo che ora non lo chiamo mai in altro modo, né quando scrivo, né quando parlo con le amiche e ne decanto le lodi, né quando il mio uomo è nudo a pochi centimetri da me. Non sono un medico, non ho ragione di chiamarlo pene. Non sono una che si interessa di eros per pruriti sopiti in sé che tenta di risvegliare in altri, non ho ragione di chiamarlo membro.

 

 

La linguistica dell’eros è tutta intera su I discutibili, che ringrazio per l’ospitalità.

Che cosa ci facciamo qui? #2

15 Lug
Roy Lichtenstein, Oh, Jeff, 1964 - oil and magna on canvas -

Roy Lichtenstein, Oh, Jeff, 1964
– oil and magna on canvas –

 

Mi chiami per nome, non mi hai mai dato un nomignolo.

I nomignoli hanno un loro fascino, ci sono storie d’amore nelle quali non solo sono inevitabili, ma alle quali calzano addirittura a pennello. Alcuni nomignoli sono riciclabili, quante volte ho chiamato qualcuno “amore” seguendo il ritmo di un intercalare?

Non sono brava quanto te: anche se non ti ho mai chiamato “Amore” probabilmente qualche “Tesoro” l’ho pronunciato, nella distrazione. Tu mai, mai sei stato distratto e se mi hai chiamata è stato per nome. Lento, pacato, con un suono pieno che mi ha fatto tendere ogni volta la schiena verso l’alto come a dire “Sì, sono io”. Mi sono innamorata di te per questa offerta ripetuta di riappropriarmi di me.

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Lettera d’amore n. 3 – Dell’amore da lontano

14 Lug

ROMANTICISMO
Qui le notti non sono affatto limpide.
Ma se c’è la luna piena, ce ne accorgiamo.
Proviamo una sensazione un momento,
e subito dopo un’altra.
(da Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, Minimum Fax, Roma 2013, p. 104)

lettera_d_amore

La distanza da colmare ancora prima che sia.

Scrivo lettere ancor prima di partire. Era negli intenti di scriverti, mentre sarò lontana, una lettera ogni due giorni. Questa Domenica si è abbattuta nella stanza in cui leggevo Carver con una luce chiara e rarefatta che indurrebbe a dimenticare la Luna, se non fosse che in una notte di poco più di un anno fa ad una Luna gigante ho appeso un noi che doveva ancora essere.

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Lettera d’amore n. 2 – Dell’amore che si dichiara

7 Lug
Parole d'amore

L’amore sta sul fondo

[Complice è sempre l’estate, specie le sue sere più fresche]

Non farò mai per noi nulla che non voglia anche tu.

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