Citazione

ammorbidite (umanizzate, infemminite, animalizzate)

2 Giu

17 giugno 19…

Mio caro, il libro che per vostra mano è entrato nella mia vita non è un caso. Quando ho letto il suo nome sulla copertina mi sono sentita tutta la pelle della testa come stretta da un artiglio.
Voi non sapete — non sapete nulla — fino a che punto tutto sia giusto. Ma voi non sapete nulla, siete solo sensibile (non — sentite, sentite non con l’anima, ma, come un lupo, con la punta affilata del muso: non è cuore, è fiuto) — a momenti siete infallibile.
Non vi sto esagerando, tutto questo resta nei confini dell’oscuro (che invece è, lui, senza confini — lo sconfinato per eccellenza) — di manti, di folti (vedete? — è sempre lo stesso lupo che ritorna).
Io vi conosco, conosco la vostra razza, siete più in profondità che in altezza, e sarà sempre discesa in voi, mai salita, senza che la parola abbia altro senso che quello della direzione.
Discesa nella notte (che io vedo come una scala — un gradino dopo l’altro, senza che mai ci sia l’ultimo).
Discesa nella notte stessa. È per questo che con voi sto così bene senza luce. («Un villaggio di quaranta focolari…» Insieme a voi, io sono un villaggio di neanche un fuocherello, una grande città, forse, — forse nulla. «C’era una volta…» — nulla testimonierà di me, giacche mi spengo tutta)… Senza luce, appostati a caccia delle nostre voci. Ecco perché in tutte tali ore della vostra vita voi sarete con me, assente­­-presente.
Vi sono creature di passioni, altre di sentimenti, altre ancora di sensazioni, voi siete quello degli effluvii. Percepite l’universo con la pelle: non è meno che con l’anima. Con la pelle percepite anche le anime — ed è più sicuro. Giacché siete maestro nella vostra materia. Non c’è bisogno di toccarvi la mano, basta averlo — oscuramente — desiderato. Il fiuto delle intenzioni. Il genio dell’intenzione. L’istantaneo dell’intenzione. L’istinto animale. (Se sapessi che era così semplice!)
Povera me, che accanto a voi mi sento intorpidita e come ermeticamente infreddata (in-nebbiata). (Non credetemi sorda né muta, non lo sono — quanto alla cecità: ricordatevi di Omero.)
Non vi esagero nella mia vita, siete leggero anche sulla mia parziale, clemente, condiscendente bilancia. Non so neanche: ci siete nella mia vita? Negli spazi della mia anima — no. Ma là, nei dintorni dell’anima, in quel certo tra: cielo e terra, anima e corpo, cane e lupo, avansonno e doposogno, là dove «io non sono più io e il mio cane non è più mio» — là non soltanto voi siete, ma non siete che voi.
Mi ricordate oscuramente un mio amico di alcuni anni fa, autore di tutta una stirpe di miei versi — versi in cui nessuno mi riconosce, ad eccezione della sua stirpe, che vi si riconosce tutta. Ma non voglio parlarvi di lui: lo ho dimenticato da molto e tombalmente; voglio prendere gioia di voi e delle forze oscure che da me estraete come un rabdomante.
Un rabdomante non è necessariamente conscio: né della propria forza, né del valore della fonte. È un dono come un altro, e dunque il più delle volte concesso a ignoranti e ingrati. Come tutti i doni, eccetto, quello dell’anima, che è, lei, solo coscienza e conoscenza (e per scherzare un poco: se voi siete mago, io sono il musico della leggenda tedesca, che con il suo flauto trascina via bambini e sorci, e forse anche le sorgenti!)
In tutti questi ultimi anni ho vissuto così diversamente, così duramente, così glacialmente, che adesso non faccio che alzar spalle e sopracciglia: questo — io??
Voi mi ammorbidite (umanizzate, infemminite, animalizzate) come una pelliccia. Le altre donne vi parleranno delle vostre alte qualità morali, altre ancora della vostra prestanza fisica. Può benissimo essere. Io non ho visto che fuoco (che — fulvo: d’una coda di volpe). Ma il manto — è forse meno il manto? Vello: notte, caverna, stelle, — voce che urla (pelo — appello) — e, ancora, spazii…
Mio tenero… (che mi fa tenera, che mi tiene in questo grande stupore: d’essere tenera, di tendere le braccia…)

Marina Cvetaeva, Lettere fiorentine, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1983, pp. 4-11

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