Archivio | aprile, 2014
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9 di #100happydays: il sovrapporsi delle infanzie

29 Apr

A Sorrisoland sorridono tutti. Più di tutti sorride il Signor Sorriso, ma anche le margherite non scherzano. Sorrido anche io, mentre invento una storia perché ho voglia di disegnare col tratto tondo e privo di incertezze di quando ero bambina.
«Però, poi, lo colori tu».

I disegni di quando si è piccoli hanno quella fluidità che fa scivolare, oltre alla matita, tutta la tensione che accumulo tra il collo e la punta delle spalle, sciolgono il movimento e la memoria. Al punto che mi viene voglia di raccontare anche la storia del Signor Ficcanaso, che a me piace assai di più. Un signore verde e col naso molto lungo che cammina in mezzo alle colline, verdi anch’esse così da poter giocare con tutti i toni dell’umore ora che ci sarà da colorare il disegno.
«Ti aiuto io, stavolta, a colorare».

 

 

#100happydays - disegnare l'infanzia

Improvvisare storie e disegnarle, tornando piccoli.

 

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8 di #100happydays: la domenica pomeriggio

28 Apr

È il 27 Aprile e, all’improvviso, non sembra più primavera. La primavera si nasconde da un giorno all’altro, come quei fidanzati che ti lasciano il dubbio di esserci mai stati. È domenica pomeriggio e diventa quasi subito sera e il rischio è di pensare già al lunedì. Il rischio è di correre io più veloce del tempo, nonostante il sedere pesante e le cosce importanti.
Ho innata, invece, la capacità di dilatare il tempo e di piegarlo alla misura del mio movimento, che mi piace tenere lento, prolungato ma denso, senza che sbrodoli. Un tè nero dal retrogusto agrumato in una tazza romantica con il quale partire per il nord insieme a Ingeborg e alla sua prosa leggera, misurata.

 

 

Il tè della domenica pomeriggio e la Bachmann

Dedicarsi un tè alle 17 della domenica e sentirsi una Lady

 

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7 di #100happydays: cantare gli anni Ottanta

27 Apr

Ondeggiare le braccia alzate e agitare i fianchi seduti a un tavolo, inizia così una lunga tirata a cantare gli anni Ottanta. Gli anni in cui siamo cresciuti io e i tre amici seduti allo stesso tavolo del bar.

Cantare a squarciagola Viola Valentino e «ma tu di che segno sei non ti accorgi che mi piaci nella testa che cos’hai come faccio a dirti che più ti penso e più mi vai se ritrovo il mio coraggio solo quando non ci sei» invidiandole il papillon di strass. Nemmeno a farlo apposta indossiamo tutti un giubbino di pelle, pur se nessuno di noi ha osato le frange sulle spalle come la Sabrina Salerno di «Hot girl Hot girl I’m dinamite Hot girl Hot girl I’m satisfaction crazy Hot girl Hot girl Take me tonight».
Su Modern Lovers di Sandy Marton le braccia non si tengono praticamente più e si fanno onda, peccato solo per la mancanza di una giacca bianca. E il ricordo scivola verso i fiocchi in organza di Madonna, che ha aperto la stagione delle immedesimazioni e delle emulazioni modaiole. Volume alto, alto, alto e blu elettrico per il coro di «Like a virgin Touched for the very first time Like a virgin When your heart beats Next to mine».

 

 

Musica anni Ottanta

Tornare a cantare gli anni Ottanta

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6 di #100happydays: intuire le affinità (con una dichiarazione d’amicizia)

26 Apr

Pietro non lo sa ancora che io lo guardavo da prima che diventassimo amici. Ci sfioravamo una volta l’anno per qualche ora sul finire dell’estate. Un rito lavorativo dentro stanze torride, spesso seminterrate. Guardavo Pietro perché ha gli occhi della freschezza e del coraggio di non calcolare sempre tutte le conseguenze delle proprie scelte. In mezzo a tanta gente presa dalle cose da fare, dagli obblighi da assolvere, Pietro rideva, usciva a fumare, si animava e muoveva gli avambracci nell’aria. Occupava uno spazio con vitalità.

Ho guardato Pietro da lontano per qualche anno, poi una mattina per la prima volta gli ho intuito nell’espressione del viso una tensione. Gli ero vicina per caso, perché sono un’altra di quelle che appoggiano il sedere al davanzale di una finestra aperta in fondo a una stanza e guardano le masse di colleghi che parlottano tra loro, parlottano di lavoro naturalmente.

— Che faccio? — e mi pone l’opzione tra due scelte, quando lui aveva già scelto. Glielo si leggeva nel tremolio delle dita delle mani. Serviva solo qualcuno che, poggiato col sedere al davanzale, gli dicesse che seguire il cuore non lasciava scampo, che la mente stavolta aveva meno ragione. Lasciando da parte Pascal perché è inflazionato e perché se una persona ti occupa il corpo intero e magari pure l’anima dove resta il posto per Pascal?

Io all’epoca Pietro non lo conoscevo, ma ci eravamo già intuiti. Mi piace pensare così. La scelta di quella mattina l’ha portato a vivere lontano, come se le distanze fossero più forti delle possibilità di tornare e di riprendere ogni volta da dove si era interrotto. Ogni volta sembra appena ieri, pure se i giorni di silenzio hanno intanto costruito dei mesi.

 

Fiori e amicizia

Gli amici che tornano da lontano

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5 di #100happydays: la solitudine

24 Apr

Bisogna essere molto forti per amare la solitudine. (Pier Paolo Pasolini)

Più mi lasciano sola più splendo. (Alda Merini)

Chi fa da sé fa per tre. (Proverbio popolare)

 

Vivo in provincia. Una provincia abbastanza vicina alla grande città da avere dei cinema aperti anche il pomeriggio dei giorni infrasettimanali. Sono nata in provincia, ho sempre vissuto in provincia. Anche quando anni fa ho scelto di andare a vivere lontano da dove ero nata per imparare a cavarmela da sola ho finito, senza troppo ragionare, per scegliere la provincia.

Imparare a cavarmela da sola, nella mia testa, comportava prima di tutto imparare a gestire la solitudine. Per questo serviva  un posto lontano da quello in cui ero cresciuta, un posto in cui non conoscessi nessuno, dove dovessi crearmi una rete di contatti a partire da zero. Non era una fuga, non era uno strappo, era un’operazione di costruzione, di rafforzamento, di presa di coscienza dei limiti e delle possibilità. Era uno spazio di libertà.

Non so ancora gestire sempre e comunque la solitudine, ma ho scoperto dentro la solitudine degli spazi e dei tempi in cui l’emozione si ingigantisce fino a creare una bolla attorno al mio corpo. Ho scoperto che un cinema vuoto, col suo schermo enorme per due occhi soli, crea distensione ai muscoli del collo e delle braccia, consente l’abbandono ai suoni e alle immagini e regala uno straniamento sublime. Ho scoperto che il pomeriggio custodisce la magia del tempo che scorre diverso a seconda della stagione: in inverno si entra in sala con la luce e si esce col buio; in estate si entra in sala con il sole forte e caldo e si esce sorridendo ancora alla luce e a una temperatura meno aggressiva.

 

Solitudine in sala cinematografica

Al cinema da sola, di pomeriggio.

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4 di #100happydays: tornare insieme a mia nonna

23 Apr

La cucina di mia nonna è verde acqua, con un tocco di giallo dato dalle sedie. Una solida cucina Salvarani in formica, materiale della modernità e dell’economicità negli anni Cinquanta. Col tempo i pensili, il tavolo e le sedie sono rimasti immutati. Il frigorifero, il forno e la cucina a gas sono stati sostituiti da elettrodomestici elettrici, tecnologici. Credo sia stato allora che mia nonna ha smesso di cuocere il pollo arrosto più unto e con le patate più buone di tutta la mia storia nel forno della cucina e ha preso a farlo nel vecchio forno a gas che aveva sistemato in garage. Le mattine della domenica, a quel punto, si sono animate di mio nonno che veniva spedito a intervalli di tempo regolari a controllare la cottura in garage.
Il mio ricordo più vivo delle attività nella cucina di mia nonna, però, precede questa fase e si incaglia sui pomeriggi in cui la guardavo rammendare, ridare una forma smagliante a tutto ciò che poteva: i calzini di mio zio, le sue calze da reggicalze color carne, le tute da lavoro di mio nonno, gli strappi ai vestiti miei o di mio fratello. Mia nonna avrebbe voluto fare l’ostetrica, ma non c’erano abbastanza soldi in famiglia perché potesse studiare. Chissà che quel suo rammendare e cucire, senza che alcuna ferita agli abiti si notasse più, non fosse un modo per ridare la vita? Questo è ciò su cui fantastico oggi io, io che cerco sempre un senso alle coincidenze, agli eventi, ai gesti.

In quei pomeriggi non avevo ancora dieci anni e il mio sguardo era rapito contemporaneamente dalle mani di mia nonna che parevano fare un gesto sempre uguale con risultati diversi; dai disegni di bambini sui cavallini delle giostre che campeggiavano sul bordo della scatola in latta, ex scatola dei biscotti, in cui nonna teneva i bottoni; dalle fogge e dai colori dei bottoni stessi, tutti sparsi e confusi nella scatola così che ero libera di infilare la mano nel mucchio fino a farla scomparire del tutto e bearmi della sensazione di freddo sul palmo della mano a contatto col fondo metallico della scatola.

Il tempo e la memoria

I bottoni dei ricordi

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3 di #100happydays: dare un nome e un luogo

22 Apr

Dare un nome è atto di creazione. Nominandolo, quello che prima era un’idea, un’ipotesi, una speranza diventa presente, materia, emozione.

Dare un luogo è atto di senso. Collocando un ricordo, un’aspettativa, un oggetto cerco l’orientamento, pongo le basi per una scelta, compio un primo passo verso un altrove.

 

 

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Un pomeriggio di timido sole e aspettative

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